Barbara, 44 anni, vive con una forma grave e invalidante di endometriosi. Nel 2022 ha speso più di 5mila euro tra terapie farmacologiche, integratori, visite, analisi cliniche. È disoccupata, nonostante la sua laurea in giurisprudenza, conseguita tra mille difficoltà negli anni più difficili della malattia, e l’iscrizione al collocamento nell’elenco delle categorie protette. “I centri per l’impiego. soprattutto al Sud, sono inefficaci, mentre i concorsi non sono concepiti per persone che hanno problemi di salute. Negli ultimi tempi hanno solo inserito la possibilità di richiedere tempi supplementari durante l’esame. Quindi, se io, ad esempio, ho un’estrema urgenza di utilizzare il bagno durante una prova concorsuale nelle prime ore, cosa probabile visto che ho endometriosi anche intestinale e vescicale, vengo espulsa”. E il mercato del lavoro privato? “Non lo considero nemmeno, io sono fuori a priori per diversi motivi anche per quelle aziende che vantano una sensibilità maggiore verso le categorie fragili”. Come lei, Sara, 36 anni: “Io sono arrivata all’apertura della partita IVA esausta dagli anni che mi lasciavo alle spalle: facevo Reggio-Parma tutti i giorni. Sono solo 30 km da pendolare, ma per anni percorrevo questa distanza con il terrore: avevo costantemente paura di dover andare al bagno e poi in ufficio stavo male”. Lo smartworking è guardato con sospetto. Con la fine della pandemia si è tornati al “mondo di prima”. Finita l’emergenza, il telelavoro e la dad sono stati rapidamente accantonati: “Il lavoro da casa è uno strumento prezioso perché ci si può alzare in piedi quando si vuole e si ha maggiore libertà di movimento: stare sedute acutizza il dolore in alcune pazienti. Nella maggior parte dei casi vengono ignorate dai datori di lavoro le lettere di motivazione dello psicoterapeuta e del ginecologo che consigliano una forma mista di lavoro per la dipendente. Serve un intervento mirato”, ribadisce Sara.
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